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Scontri a Barcellona tra polizia e indipendentisti

Barricate e fuochi in strada nella città dove almeno 350 mila persone sono scese in piazza per chiedere la libertà dei leader che hanno promosso il referendum secessionista. Quattro feriti e tre arresti.

La Catalogna che sogna l’indipendenza e respinge il pugno duro della giustizia spagnola contro i suoi leader si è radunata il 25 ottobre 2019 a Barcellona. Almeno 350 mila persone, secondo le cifre generalmente al ribasso fornite dalla polizia locale, sono scese in piazza al grido «libertà per i prigionieri politici». La manifestazione si è svolta pacificamente fino alla serata, quando scontri si sono verificati nei pressi della centrale della polizia a Via Laietana, dove migliaia di persone si erano radunate, quindi in altri punti del centro, con barricate e fuochi in strada. La polizia – che ha risposto al lancio di oggetti – ha caricato in varie occasioni. Un primo bilancio parla di quattro feriti e tre arresti. Il bersaglio dei manifestanti è l’Alta corte di Madrid, che a metà ottobre ha condannato nove leader indipendentisti, rei di aver promosso il referendum secessionista del 2017, a pene tra i 9 e i 13 anni di carcere. Con il risultato di un’ondata di proteste, costate finora circa 600 feriti e decine di arresti, dopo l’infiltrazione di gruppi violenti nei cortei pacifici.

Il nuovo corteo, che si è snodato lungo Carrer de la Marina, una delle strade più lunghe della città, era scivolato via senza incidenti nel pomeriggio. «Nessuna violenza ci rappresenta», hanno tenuto a sottolineare gli organizzatori dell’adunata, l’Assemblea Nazionale Catalana e dall’associazione Omnium Cultural, che hanno richiamato oltre 100 sigle di organizzazioni della società civile, culturali, economiche, sindacali. Altrettanto chiaro è stato il messaggio politico: «I nostri leader sono stati detenuti ingiustamente e nessuna sentenza cambierà i nostri obiettivi»: ossia, l’indipendenza della Catalogna. E «noi andremo avanti fin dove i catalani vorranno», ha sottolineato il presidente della Generalitat Joaquim Torra, che aveva annunciato l’intenzione di organizzare un nuovo referendum secessionista entro due anni. Torra, prima della manifestazione, ha cercato di serrare le fila del movimento incontrando i sindaci di oltre 800 comuni. Ai primi cittadini il leader catalano ha assicurato che «l’autodeterminazione è una strada senza ritorno» ed ha fatto un appello all’unità: un appello quanto mai necessario, tanto più che alla sua riunione non hanno partecipato i sindaci delle cinque città più grandi della Catalogna, che rappresentano un terzo della popolazione. Mancava all’appello anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, a cui Torra ha rimproverato una posizione troppo morbida, ancorata al dialogo a tutti i costi con Madrid. Alla Moncloa, per ora, la porta del confronto con le autorità catalane resta chiusa. Lo ha ribadito la vicepremier Carmen Calvo, ricordando che «il governo ha incontrato gli esponenti della Generalitat in diverse occasioni, ma li ha avvertiti che parlare di diritto all’autodeterminazione è una cosa che non esiste». E probabilmente a Madrid si confida anche nella parte della Catalogna che di indipendenza non vuol sentir parlare. E che domenica 27 ottobre ha in programma una contro-manifestazione unionista, sempre a Barcellona.

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