Category Archives: Abu Bakr al-Baghdadi

Le domande ancora aperte sulla morte di al Baghdadi

Perché era nascosto nell’area di influenza turca di Idlib? Che fine faranno gli 11 bambini tratti in salvo? Quanto Russia e Siria hanno collaborato con la Cia? Tutti i dettagli che vanno chiariti dopo la fine del capo dell'Isis.

In un blitz quasi in presa diretta che farà molto comodo a Donald Trump per le Presidenziali del 2020, le forze speciali americane hanno costretto al suicidio il ricercato numero uno Abu Bakr al Baghdadi. Un’operazione seguita il 27 ottobre 2019 «come un film» dal presidente, nella situation room della Casa Bianca del Consiglio di sicurezza riservata a queste occasioni, come accadde con Osama bin Laden. Per quanto Trump avesse sconfessato nel 2011 i meriti di Barack Obama, è cosa buona e giusta festeggiare lui: l’Isis ha mille teste, come al Qaeda, e avrà un nuovo capo, ma con al Baghdadi è scomparso l’artefice del Califfato e il terrorista più pericoloso. Proprio a riguardo alcuni elementi sulla sua intercettazione e sul blitz non possono essere derubricati a dettagli vaghi, e anziché celebrati andrebbero chiariti. Per focalizzare le responsabilità passate (e in prospettiva futura) sul terrorismo islamico. E chiarire il rapporto tra potenze anche rivali in Medio Oriente.

IL RIFUGIO? UN COVO TRA I RIBELLI SIRIANI

Il primo aspetto sul quale riflettere è il luogo del rifugio di al Baghdadi. Il percorso della sua fuga sarebbe stato ricostruito grazie al racconto all’intelligence irachena, cruciale per mettersi sulle tracce dell’ideologo dell’Isis, di una delle mogli catturate e di alcuni suoi ex aiutanti. Poi dalla testimonianza, altrettanto chiave, ai vertici curdi delle Forze siriane democratiche (Sdf), di un informatore dell’Isis. Dall’ultimo bastione di Baghouz, nell’Est della Siria, al Baghdadi non si era spostato nel deserto tra la Siria e l’Iraq, come riteneva la gran parte degli analisti. Ma era riuscito a raggiungere la roccaforte dei ribelli siriani di Idlib: nel dettaglio il villaggio di Barisha al confine con la Turchia. L’autoproclamato califfo si sarebbe trovato lì, con mogli, figli e fedelissimi, almeno dal maggio 2019.

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Il sito di Al Baghdadi in Siria distrutto dal blitz degli Usa.

COME STANNO I FRONTI JIHADISTI? L’ISIS RICONTAGIA AL QAEDA

Nell’area di Idlib è si è continuato a combattere per tutto il 2019. Tra le forze di Bashar al Assad e russe e l’ultima coalizione dei ribelli siriani, che da anni è finanziata dai turchi e include gruppi salafiti legati ad al Qaeda come Hayat Tahrir al Sham (Hts, l’ex fronte al Nusra). A Idlib sono asserragliati anche gli scissionisti di al Nusra di Hurras al Din e di altre frange jihadiste come Ansar al Tawhid, facenti capo alla nuova sigla dei Guardiani della Religione e formalmente sempre sotto l’ombrello di al Qaeda. Da diversi mesi ci sono scontri anche i due fronti qaedisti: gli Hts in particolare svolgono operazioni anti-Isis contro gli ex alleati. Alla fine di agosto anche gli Usa hanno condotto raid a Idlib contro i Guardiani della Rivoluzione. E dei loro membri sono stati uccisi nel blitz contro al Baghdadi a Barisha.

DA ANKARA NESSUNA INFO? AL BAGHDADI ERA A 20 KM DALLA TURCHIA

La filiale di al Qaeda in Siria origina dallo stesso nucleo dell’Isis, anche se dalla scissione a Raqqa i due gruppi si sono aspramente combattuti. Finché gli affiliati dell’Isis in rotta dal 2018 non hanno raggiunto anche Idlib: lì si è temuto un nuovo cartello di al Qaeda, con la saldatura di cellule di al Baghdadi. Dagli antefatti è probabile invece che soffiate su al Baghdadi siano arrivate anche da al Nusra. Ma gli interrogativi sulla Turchia, che certamente ha concesso lo spazio aereo ai mezzi delle forze speciali Usa, restano aperti. L’intelligence di Ankara (parte della Nato) non aveva rilevato, quantomeno come sospetto, il covo di al Baghdadi a 20 chilometri dalla frontiera? Da mesi, e in una zona di sua influenza? Nessuna informazione era arrivata ai turchi dai gruppi jihadisti addestrati?

BAMBINI SOTTRATTI: CHE FINE HANNO FATTO?

Uno squadrone di otto elicotteri americani ha attaccato per circa due ore il Nord della provincia di Idlib. La segretezza sulle rapide analisi per identificare poi il corpo di al Baghdadi e sulla sua dispersione in mare alimenterà sempre illazioni sulla sua morte. Ma era una procedura scontata e, come con bin Laden, inevitabile. E se meritano pochi approfondimenti anche i dettagli coloriti e le iperboli del racconto di Trump sull’operazione, è lecito invece pretendere di sapere cosa ne sarà degli «11 bambini portati via dal rifugio». Sempre l’inquilino della Casa Bianca ha riferito di «tre dei suoi figli trascinati da al Baghdadi con lui nel tunnel, a morte certa». Almeno parte dei minori rimasti in vita (le due mogli presenti sarebbero state uccise) erano figli di al Baghdadi? Dove sono stati trasferiti?

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Il resto di un mezzo con jihadisti vicini all’Isis colpiti nei raid Usa a Idlib. (Getty).

IL GIALLO SULLA FAMIGLIA BIN LADEN: QUALE DESTINO?

Con la famiglia del super terrorista ci sarebbero stati alcuni aiutanti. Trump e i funzionari statunitensi non hanno ancora specificato la parte terza che ha preso in carico i bambini tratti in salvo. Sul destino delle mogli e dei figli di Bin Laden non c’era stata trasparenza, è stato difficile tracciare il loro percorso, attraverso gli Stati mediorientali. Il passato a piede libero del delfino 30enne Hamza, ucciso a settembre tra l’Afghanistan e il Pakistan in un’altra operazione americana, è un capitolo oscuro. Ma anche aver segregato i quadri di al Qaeda in regimi di carcere duro come Guantanamo a Cuba o Abu Ghraib in Iraq – luoghi di torture – ha provocato gravi recrudescenze. Al Baghdadi fu tra gli internati della prigione irachena di massima sicurezza di Camp Bucca, considerata il vivaio dell’Isis.

INTELLIGENCE STRANIERE: CHE RUOLO HA AVUTO LA RUSSIA?

L’ultima nota è sul groviglio di collaborazioni tra intelligence per la cattura di al Baghdadi. Trump è stato sincero sulle «informazioni molto utili dei curdi», sulla collaborazione dei turchi a «sorvolare parte del loro territorio», sul supporto dell’Iraq, del regime siriano e della Russia sua alleata e di Assad che «ci ha aperto alcune basi per l’operazione». Per il gioco delle parti il Cremlino poteva solo negare, mettendo in dubbio la ricostruzione americana e la morte stessa di al Baghdadi. L’ammissione di aver informato Mosca e non il Congresso dell’operazione espone Trump anche al fuoco di fila dei democratici. Ma nella guerra all’Isis, dai raid dell’Amministrazione Obama nei territori occupati dai jihadisti la Cia condivide protocolli di intelligence anche con la Russia e con l’apparato di sicurezza di Assad.

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Eliminato al-Baghdadi, agli Usa resta da sciogliere il nodo iraniano

Nonostante l'annunciato disimpegno in Siria, l'intelligence americana ha continuato la guerra al terrorismo nell'area. Dove c'è un'altra grande priorità: il contenimento dell'influenza di Teheran.

Il presidente Donald Trump ha motivo di esultare per la notizia dell’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi. E noi, con lui, abbiamo ragione di accoglierla con favore, sperando che sia confermata, naturalmente, viste le responsabilità di questo personaggio giunto alla ribalta dell’attenzione pubblica internazionale con l’annuncio della nascita del Califfato (29 giugno 2014 a Mosul, in Iraq), poi con l’adesione alla sua chiamata alle armi da parte di decine di migliaia di foreign fighter provenienti da mezzo mondo; e infine con la lunga scia di sangue e di violenze di ogni genere lasciata dietro di sé, direttamente o comunque in suo nome in Medio Oriente, in Europa, in Africa, in Asia e negli stessi Stati Uniti.

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LA STRISCIANTE RIPRESA DELL’ISIS NELLE AREE DI ORIGINE

Alla sconfitta militare dell’Isis in territorio siriano e iracheno (2016-2017) mancava davvero questo epilogo che tra l’altro è giunto in un momento in cui andavano crescendo le preoccupazioni per la strisciante ripresa di quell’organizzazione nelle stesse aree di origine e altrove manifestate dalle Nazioni Unite e dai servizi di sicurezza europei nonché, proprio nei giorni scorsi, dallo stesso ministro degli Esteri americano Mike Pompeo che aveva dichiarato alla Cbs: «È complicato, ci sono posti dove l’Isis è più forte oggi che tre o quattro anni addietro anche se la sua complessiva capacità di attacco è resa molto più difficile». Quest’epilogo è avvenuto, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, a Barisha, un piccolo villaggio nella provincia di Idlib, nella Siria occidentale, che continua a essere rifugio di ribelli siriani di ogni tipo, da Al-Qaeda a miliziani caucasici e all’Isis per l’appunto.

LA GUERRA AL TERRORISMO È RIMASTO OBIETTIVO PRIORITARIO

Alle parole di esultanza di Trump hanno fatto eco quelle di Mazloum Abdi, il comandante dello Sdf di cui i curdi costituiscono il pilastro fondamentale: «Un successo storico dovuto al lavoro di intelligence svolto con gli Stati Uniti», ha dichiarato. Anche Ankara si è meritata un robusto ringraziamento per il do ut des intercorso tra Idlib e il benestare sul confine. E qui una constatazione: l’attacco americano è avvenuto a circa 60 km a ovest di Aleppo, dunque in una zona area sulla quale gli americani sono sostanzialmente assenti. Ciò significa che al di là della sua presenza fisica, l’intelligence americana non ha mai abbandonato la guerra al terrorismo, uno degli obiettivi primari perseguiti dall’Amministrazione americana in Siria (coalizione internazionale lanciata nel 2014). 

GLI INTERESSI AMERICANI IN SIRIA

In quest’ottica si spiega anche la decisione della stessa Amministrazione di rinforzare la propria presenza nell’area a Est dell’Eufrate: per difendere dalle milizie dell’Isis i pozzi petroliferi di quell’area, si afferma. Ma allora, vien da chiedersi, come si concilia tutto ciò con il tanto sbandierato e criticato ritiro delle truppe americane? Penso che si spieghi con l’erraticità del presidente Trump, certamente, ma anche con la capacità di organizzazione, militare e di intelligence, che l’Amministrazione americana riesce comunque a esprimere rispetto all’obiettivo fondamentale della lotta al terrorismo jihadista. E quello non secondario di salvaguardarsi un ruolo al tavolo negoziale sul futuro della Siria.

IL CONTENIMENTO DELL’INFLUENZA IRANIANA

Resta il rammarico che il ruolo dei curdi, determinanti nella sconfitta di quel terrorismo, non sia stato considerato come fondamentale anche se il plauso del comandante per l’uccisione di Al Baghdadi lascerebbe intendere che la ferita del “tradimento” sia stata in buona misura sanata. E resta il quesito relativo all’altra grande priorità americana nell’area medio-orientale: il contenimento dell’influenza iraniana. Chissà se e in che misura le proteste in atto in Libano e in Iraq contengano anche un’affiorante criticità nei riguardi di Teheran oltre alle cause più evidenti e riconoscibili quali la corruzione e la governance. Intanto Trump si crogiola e pensa al credito che con quest’operazione gli verrà in chiave elettorale. Mentre si attendono i commenti di Mosca, pure ringraziata da Trump, di Teheran e di Damasco.

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